Alcune riflessioni sulla recensione di Atelier Ryza 2: Lost Legends & the Secret Fairy

  • galateasophia 27 gen 2021 08:48:32 23 messaggi
    Visto 16 ore fa
    Registrato 5 anni fa
    @StefaniaNetti

    Ciao! Purtroppo non ho ancora giocato il titolo, ragion per cui non posso esprimermi con cognizione di causa.

    Mi permetto, però, da grande appassionata della serie fin dai primi anni duemila, di complimentarmi per la recensione.

    Lo faccio perché, a differenza della media delle recensioni sugli Atelier ed a prescindere dal voto (che poteva anche essere 2, poco sarebbe cambiato per me) la tua sembra rimandare ad una visione approfondita ed avveduta del gioco nella sua interezza e della serie di cui è parte, cosa invero non scontata dato il suo essere, almeno in occidente, un genere praticamente a sé e di nicchia. Una serie che, nonostante i suoi alti e bassi, ho sempre apprezzato, perché fatta con il cuore da sviluppatori che davvero tengono ai propri fan facendo sempre un uso virtuoso del principio dell’evoluzione nella continuità (e da quel che dici anche in questo caso sembra essere così). E se anche, come ben dici anche tu, Atelier non ha mai voluto rincorrere narrazioni complesse e “letterarie” – cosa che si è incarnata in atmosfere “leggere”, disimpegnate e favolistiche, e quindi spesso considerate non mature, anche se, come al solito, equivocando la “maturità” di un prodotto con il suo presentare “contenuti per adulti” – essa ha però sempre proposto delle storie assolutamente piacevoli, e molte delle quali anche affascinanti e ben scritte (ad esempio proprio in ultimo con Atelier Ryza del 2019, e l’ottimo arco trasformazionale che caratterizza i personaggi), ma, soprattutto, ed è la cosa più importante, ha sempre portato in dote un gameplay appagante (spesso ben più riuscito di molti JRPG che in occidente vengono classificati come AAA), il quale da un episodio all’altro è stato sempre differenziato, aggiornato, ampliato o semplificato, evoluto od anche de-evoluto.
    Invece, più volte, purtroppo, mi è capitato di leggere recensioni dei vari Atelier segnate da tutta una serie di inesattezze ed omissioni e che riportavano giudizi che dire approssimativi è un eufemismo.

    Per capirci, Rorona che era “brutto” perché si sosteneva avesse un doppiaggio jap mediocre, quando presentava nel cast anche Atsuko Tanaka, voce storica del personaggio di Motoko Kusanagi fino al 2013.

    Oppure si criticava il fatto che, sempre in Rorona, ci fosse un numero troppo alto di items (!?!?!?) aspetto che, com’è noto, in un gioco come Atelier non può essere derubricato al solo valore meramente quantitativo, ma, date le meccaniche di gioco, è sempre stato un qualcosa che si converte in qualità, poiché, come noti anche tu, è il sistema alchemico che definisce la qualità del titolo, rappresenta il core gameplay di Atelier: e che ciò, in Rorona, fosse in ordine al tentato ritorno ai fasti di una delle serie più apprezzate, cioè Gramnad invece non fu quasi mai notato. Peraltro in Rorona non si raggiungeva neanche lontanamente l’incredibile numero di 600 presente in Mana Khemia 2 del 2008, ma era pur sempre considerevole. Nel 1997, se non erro, si era partiti con meno di 100 per poi talvolta aumentarli, talvolta diminuirli, ma quando ciò avveniva era perché se ne aggiungevano caratteristiche ulteriori come in Judie del 2002, dove c’era possibilità di usare lo stesso item per scopi differenti, aumentando così le opportunità ludiche a disposizione, e si doveva anche fronteggiare il loro deterioramento con il tempo (in Rorona lo si riprese, ma aggiungendovi la possibilità di conservare gli item in appositi contenitori e così rallentarne il deterioramento).

    E che dire di “esperti della serie” (così si autoproclamavano) che esaltavano la possibilità Atelier Escha & Logy di utilizzare, per la prima volta, due personaggi principali, sia maschio sia femmina. Peccato che in già Iris Eternal Mana 2 per PS2 implementò tale possibilità, seppur con la differenza che in Eternal Mana 2 l’utilizzo dei personaggi era, per dir così, contemporaneo, e si poteva switchare tra un personaggio e l’altro nella medesima storyline (anche perché s’implementò il fatto i protagonisti avevano ognuno una propria metodologia alchemica e bisognava quindi cambiare dall’uno all’altro per risolvere le quest), mentre in Escha & Logy (come già fu per Tales of Xilla) si doveva sceglierne uno in principio, per poi utilizzarlo per l’intera durata della main quest, determinando, però, importanti variazioni ludiche tra un personaggio e l’altro, cioè in un caso una struttura ludica generalmente più “alchemica” , nell’altro, invece, più “avventurosa”

    Insomma, cose di questo tenore non è difficile incontrarle in molte recensioni della serie Atelier. Quindi, e di nuovo, complimenti davvero.

    A proposito di alchimia ed avventura, mi permetto di chiederti: com’è il bilanciamento tra l’anima alchemica e quella avventurosa? Io sono stata “forgiata” dalla serie Gramnad ed il suo (hard)core alchemico e non entusiasmandomi mai del tutto alla svolta “avventurosa” della serie Iris, “anime” che in seguito si è sempre cercato di far coesistere e bilanciare. Il numero di Items è equilibrato all’esperienza alchemica o sbilanciato? E la difficoltà? Da quel che dici non sembra essere migliorata rispetto al precedente episodio dove a mio modo di vedere rappresentava il principale problema (oltre, ovviamente, all’impossibilità di salvare se non nel proprio atelier). In ultimo, la OST com’è? Quella del precedente per me era davvero eccellente!

    Modificato da galateasophia alle 09:49:08 27-01-2021
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